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La smart city come processo virtuoso

Cosa rende una città intelligente? Quando si parla di smart city, si pensa subito alla tecnologia. Ma il concetto valica i confini del digitale. Lo fa capire bene la definizione che dà la Commissione europea: «Una smart city va oltre l'uso delle tecnologie per raggiungere un migliore utilizzo delle risorse e minori emissioni». Si passa quindi da «reti di trasporto urbano, approvvigionamento idrico, smaltimento dei rifiuti, soluzioni più efficienti per illuminare e riscaldare gli edifici». Non solo: smart «significa anche un'amministrazione cittadina più interattiva e reattiva e spazi pubblici più sicuri». Bastano queste poche righe per capire che il cervello tecnologico non è nulla se non si muove assieme a mani, braccia, occhi e gambe.

«La tecnologia – spiega Antonio Puliafito, direttore del Laboratorio Nazionale CINI su "Smart Cities & Communities" – è lo strumento da mettere al servizio dei cittadini. Per controllarla servono una visione ampia, un ambiente aperto, solido e robusto per condividere esperienze, un framework dove innestare le soluzioni e farle comunicare. «Spesso infatti - continua Puliafito - il principale problema è questo: sono slegate e non si riesce a ottenere il valore che deriverebbe dalla loro combinazione, che è maggiore rispetto alla loro somma aritmetica».

Per far capire questo concetto, Puliafito fa un esempio: «Se una città ha un sistema di gestione dei parcheggi, serve anche l'illuminazione pubblica, che si accenda in base ai movimenti e alla disposizione delle auto. Si tratterebbe di accorgimenti facili da realizzare, che però diventano impossibili se le due soluzioni non dialogano perché fatte da fornitori differenti, in tempi differenti». La città dovrebbe quindi costruire «una piattaforma comune, ancor prima di installare le singole soluzioni che, da sole, rischiano di essere solo vetrine».

Le città stanno cercando di trovare la propria strada. Alcune con un approccio più olistico che affonda le radici in piani ormai ultra-ventennali. Altre trasformandosi in laboratori a cielo aperto. Amsterdam ha mosso i suoi primi passi «smart» già nel 1994. Ha puntato su connettività e banda larga e su obiettivi di sostenibilità ambientale, come ridurre del 40% le emissioni di CO2 entro il 2025 e del 75% entro il 2040. La capitale dei Paesi Bassi, pur non avendo un vero e proprio piano organico e prediligendo l'accostamento di progetti pilota, ha mantenuto nelle proprie mani un forte coordinamento, tanto da nominare un Chief Technology Officer. Cioè un responsabile tecnologico cittadino, che rappresenta il punto di riferimento per l'evoluzione della smart city.

Anche Londra ha nominato, nel 2017, una figura simile: il Chief Digital Officer for London. La capitale britannica si è guadagnata la vetta della IESE Cities in Motion Index 2019, un indice che individua le città più smart del mondo, in un'accezione di «intelligente» particolarmente ampia. Londra si distingue per un utilizzo efficace dei dati, soprattutto nel sistema dei trasporti. E si è imposta per la capacità di valorizzare il «capitale umano». Perché anche questo è smart: attirare e valorizzare i talenti.

Un'altra città europea ai vertici del Cities in Motion Index è Copenaghen. La capitale danese si definisce «un laboratorio vivente» per testare nuove tecnologie. Il principale obiettivo è ambientale: la città punta a diventare «carbon neutral» (cioè di non avere impatto sulle emissioni di CO2) entro il 2025. La leva che utilizza è quella dei dati, messi a disposizione della collaborazione tra settore pubblico e privato.

Helsinki ha allargato gli orizzonti, aggiungendo alla «smart city» anche la «smart countryside». Affiancando zone urbane e rurali intelligenti, ha posto come obiettivo quello di una «regione smart», fondata su quattro pilastri: cleantech urbano (cioè la tecnologia applicata alla pulizia della città), salute e benessere, digitalizzazione e cittadinanza. «Ogni tema – spiega la municipalità – costituisce un ombrello sotto il quale vengono raccolti attori, stakeholder, competenze e progetti». Quelli di maggior pregio vengono finanziati con fondi pubblici.

Secondo il rapporto Smart City Index 2018 di EY, tra le città più smart d'Italia c'è Bologna. Il capoluogo emiliano si è distinto per la manutenzione delle proprie infrastrutture. «Manutenzione» che non vuol dire solo assicurare la tenuta di segnaletica e carreggiate. Vuol dire anche gestire 837 chilometri di strade e 118 chilometri di piste ciclabili, garantire pronto intervento in caso di incidenti e la viabilità quando nevica (con oltre 200 mezzi impiegati). Tra il 2014 e il 2019, una gestione puntuale della manutenzione urbana ha consentito alla città di Bologna di prendere in carico 2.700 segnalazioni, con 1.900 azioni di pronto intervento e 500 sinistri gestiti all’anno.

In tutti questi casi servono tecnologie e investimenti. Ma, sottolinea Puliafito, è decisivo «portare a sistema il riutilizzo delle buone pratiche». In altre parole: fare rete e condividere ciò che c'è di buono e quello che non va.

Una città grande può fare un'esperienza che potrebbe essere trasferita altrove. E le eccellenze locali possono portare nuove soluzioni, testarle e condividerle a loro volta

Secondo Puliafito, infatti, la smart city non è uno status ma «va considerato come un processo, che coinvolge attività da coordinare e da gestire». Quasi un essere vivente che si muove, cambia, cresce. Richiede quindi, spiega il Centro Studi di Assolombarda nel rapporto «Smart Cities – Casi di studio», «l’adozione di logiche trasversali, che riguardano più̀ dimensioni – dall’ambiente all’energia, dalla salute alla sicurezza – ma anche più̀ attori – dalla Pubblica Amministrazione alle imprese ai cittadini. Progetti, iniziative, servizi esistenti e futuri devono essere integrati e resi sinergici in una visione di lungo termine, declinata secondo le esigenze specifiche di un territorio».

Ecco perché è necessario una gestione integrata dei servizi per la città, grazie alla collaborazione tra pubblico e privato: il facility management urbano

Si tratta di un'attività che utilizza i dati disponibili per trasformarli in informazioni e – quindi – in azioni; favorisce la sinergia tra gli attori che agiscono nella città, migliorando la pianificazione e riducendo gli sprechi; avvicina amministrazione e cittadini attraverso una comunicazione efficace e valorizzare il contributo attivo degli abitanti. La società incaricata di coordinare le attività cittadine supporta l'amministrazione e interviene in diverse aree.

Può rendere la città più sicura, bella e accessibile. La sicurezza è sorveglianza. Ma non solo: passa anche dal monitoraggio e dall'analisi di strade, marciapiedi, lampioni e semafori. Vuol dire mantenere pulita la città in caso di neve e prevenire gli allagamenti, preservare piste ciclabili e attraversamenti pedonali. Il facility management contribuisce a rendere gli spazi urbani più belli perché si occupa del verde pubblico e traccia i livelli di inquinamento. Può rendere la città più accessibile, coordinando il flusso del traffico, i semafori e i lavori per consentire a tutti di accedere agli edifici pubblici. Può rendere la città più accogliente, migliorando l'informazione sui servizi cittadini e supportando l'organizzazione di eventi. Se tutte queste attività fossero slegate, coordinarle sarebbe molto più dispendioso, se non impossibile. Attraverso un'unica piattaforma digitale, invece, il facility management urbano raccoglie dati in tempo reale e li utilizza per le diverse applicazioni. Le amministrazioni hanno così a disposizione più informazioni, grazie alle quali prendono decisioni più efficaci, fondate su sistemi predittivi e pianificazione di medio-lungo termine. I Comuni si affrancano così dai rischi operativi e accedono a tecnologie e investimenti che sarebbe complicato reperire in autonomia. L'azione coordinata di una città smart aumenta l'efficienza, riduce gli sprechi e i costi di gestione. Ma non è solo una questione di cassa. Gli incidenti stradali si riducono, la mobilità migliora, la comunicazione con l'amministrazione è più fluida. Perché città e facility management urbano hanno lo stesso obiettivo: migliorare la qualità della vita dei cittadini.


Credits: Corriere della Sera

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